La selezione del «figlio sano» genera uno scarto di vite allo stadio embrionale ben superiore al 50% di quelle concepite in provetta per evitare la trasmissione di malattie genetiche. Un fallimento censurato.

In uno studio pubblicato si Medicina e Morale nel 2004 gli autori sostenevano che gli embrioni «anche se apparentemente selezionati in seguito alla diagnosi genetica pre-impianto, si trovavano nella stessa situazione di alta precarietà, anzi forse peggiore, degli embrioni prodotti ed utilizzati nei processi ordinari nei quali la selezione avviene spontaneamente». In sostanza, solo circa il 3% di tutti gli embrioni prodotti e sottoposti a diagnosi pre-impianto e solo il 6,7% di tutti gli embrioni trasferiti in utero riesce a sopravvivere fino al parto. Dati sconfortanti eppure sottaciuti: a distanza di più di dieci anni, la diagnosi pre-impianto – che secondo la recente sentenza della Corte Costituzionale diventa accessibile anche alle coppie fertili portatrici di malattie genetiche – continua a rivelarsi una tecnica molto rischiosa e con basse probabilità di successo.

 

«Il tasso di perdita degli embrioni – spiega infatti Giuseppe Noia, presidente dell’AIGOC (Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici) – si mantiene ancora ben superiore al 50%». Dato non irrilevante per la buona prassi sanitaria. «In un atto medico – rimarca Noia – c’è un bilancio fra utilità della diagnosi e il rischio. Per esempio, per l’amniocentesi il rischio è fra lo 0,5 e l’1%, moltissime tecniche invasive possono attestarsi intorno al 2%». Per la diagnosi pre-impianto il rischio di perdita degli embrioni è altissimo. «Non si può effettuare una diagnosi sapendo che perderò dal 50 al 60% degli embrioni. Il livello dell’utilità di una metodica non può prescindere dal concetto antropologico della vita umana. La diagnosi pre-impianto – aggiunge il ginecologo della Cattolica – sottende in realtà una grande menzogna culturale, che cioè dell’embrione prima degli otto giorni si possa fare quello che si vuole. Il dogma culturale generale è stato quello di spostare l’inizio della vita umana dal concepimento all’impianto. Ma quello che è tecnicamente possibile non è sempre accettabile». Senza dimenticare poi un altro aspetto non secondario, ossia la salute del nascituro. «Tutte le manipolazioni realizzate nella fase pre-impianto – sottolinea Noia – implicano una serie di complicazioni cosiddette epigenetiche, per cui alcune condizioni mal formative non nascono intrinsecamente all’embrione, ma sono dovute proprio alla manipolazione nelle prime fasi dell’impianto». Sulla diagnosi pre-impianto, insomma, l’informazione che viene fornita alle coppie è spesso inesatta, se non del tutto insufficiente.

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Prof. Giuseppe Noia

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