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gesù crocifisso"Comincia la festa delle feste, poiché riceve il suo re come sposo, poiché il suo re sta in mezzo a lei" (Omelia attribuita a sant'Epifanio di Salamina per la festa delle Palme; PG 43, 427s)

 

Dal Pretorio al Golgota la strada è breve: in linea d’aria non più di trecento metri, su strada e vicoli non molto di più. Come tutti i condannati, Gesù percorre le vie più frequentate, trascinando uno dei due pali che formeranno la croce, affinché tutti lo vedano e possa essere condannato nuovamente e lentamente anche dalla folla. Per quasi tutto il percorso, Egli passa, scortato dai soldati romani e accompagnato da altri condannati sanguinanti, accanto alle dimore dei ricchi, anziani e sommi sacerdoti del Sinedrio.


La Via Crucis, oggi per molti lento e commovente cammino, rappresentata e illuminata, cantata e vissuta in ordinate e composte processioni, è stato un cammino scomposto, solitario, umiliante. Oggi è solo un pio esercizio, una devozione popolare, non una celebrazione liturgica o un memoriale, non certo un precetto. Ma è uno dei modi che ci vengono offerti durante “la Grande Settimana dei Cristiani” per ritrovare noi stessi e ogni situazione del nostro mondo. E’ un modo, ogni anno, per guardare la realtà con occhi reali, per essere solidali con i condannati a morte, con gli emarginati, con i rivoluzionari della verità, con chi prende posizione e non arretra, con chi il mondo esclude e Dio esalta.


Gesù si carica della croce perché disturba la religiosità delle “persone religiose”, Gesù cade, una, due, tre volte perché non è la caduta il fallimento, lo è il non rialzarsi. Gesù incontra Sua madre, che non lo trattiene, non gli evita il compimento del sacrificio, ma lo lascia libero, contro ogni normale volontà materna. Gesù incontra Simone di Cirene, una “persona perbene”, un uomo normale che torna a casa dopo una giornata di onesto lavoro e vorrebbe riposarsi ed essere lasciato in pace: invece, incontra Gesù e smette di “non immischiarsi” e inizia a “sporcarsi” per un peccatore giudicato e condannato, e gli presta le sue forze. La pietà e la tradizione popolare ci dicono anche che Gesù incontra Veronica, una donna che decide di uscire dalla folla, di smettere di subire e osservare e di non badare più al giudizio altrui. Una donna, vittima per genere e per cultura di ingiustizia, che rifiuta di sopportare l’ingiustizia ai danni di qualcun altro e decide di non prestarsi più all’indifferenza. Gesù incontra le donne in pianto e dice loro di non piangere per lui, ma per i loro figli: dice loro di non volere compassione, ma conversione. Gesù viene spogliato delle vesti, l’ultima protezione fra sé e il mondo: lo sapevano ad Auschwitz, lo sanno nei più remoti luoghi di tortura della terra, essere denudato di fronte ai malvagi è la sofferenza più grande per ogni essere umano. Gesù è inchiodato alla croce. Non si può più muovere, non può più camminare, né toccare chi soffre, non può quasi più parlare e respirare. Non può più fare nulla. E si abbandona: ci mostra come resistere e contemporaneamente affidarsi. E infine, Gesù muore.


Egli verrà deposto dalla croce, posto nel grembo della Madre, adagiato nel sepolcro. Ma nella Via della Croce, mentre cammina, a stento, mentre si trascina, sanguinante, flagellato, con una corona di spine nella fronte, molte cose accadono agli uomini: Pietro comprende e piange, Giuda comprende, ma invece delle lacrime del pentimento vive quelle della disperazione. Andrea è scappato, nemmeno Giovanni tenta di evitare che un soldato gli trafigga il costato, gli Apostoli non dicono una parola, i miracolati non ci sono. Solo un malfattore, un condannato a morte come Lui, lo riconosce e Gli chiede di ricordarsi di lui quando entrerà nel Regno.


La Via Crucis non è uno spettacolo serale suggestivo, una passeggiata spirituale o una sfilata emozionante: la Via Crucis è la nostra vita. E’ l’insieme delle nostre scelte e non scelte, delle nostre omissioni e dei nostri sguardi e atti di pietà.


Egli risorgerà, le Scritture si compiranno, l’umanità sarà salva. E perdonata: sulla croce, il condannato a morte più umiliato della storia implorerà da Dio, con tutto l’amore umanamente e divinamente possibile, il perdono perché spesso gli uomini non sanno quello che fanno. Ma da quel venerdì in Palestina gli uomini, redenti e risorti, devono e possono sapere quello che fanno: è stato pagato un altissimo prezzo per la propria libertà.

 

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