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“The Benedictine Option”: attorno a questa espressione, coniata e introdotta dal blogger americano Rod Dreher, si sta ravvivando anche in Europa e in Italia il dibattito sulla cosiddetta “Opzione Benedetto”. L’opinionista conservatore statunitense, rifacendosi alle parole del filosofo scozzese Alasdair MacIntyre (“…l’arrivo di un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso” dal primo di Norcia, ma simile per il “progetto della costruzione di forme locali di comunità all’interno delle quali la civiltà, la vita intellettuale e morale possano essere puntellate durante le nuove epoche buie”) propone un nuovo stile di vita, non solo per la destra religiosa americana, ma per tutti “i Cristiani ortodossi con la o minuscola” che non rinunciano, in un mondo sempre più sfidante e secolarizzato, a vivere in maniera vera e autentica i princìpi della loro fede.

Questa teoria ha rinnovato il dibattito e l’interesse, spesso racchiuso solo in circoli culturali o in comunità religiose, sull’impulso benedettino nella vita quotidiana, non solo per monaci, ma per laici e gruppi umani in cerca di nuove risposte.

 

Il progetto culturale di Rod Dreher è una “ripresa di coscienza” generale e collettiva, un appello al popolo cristiano autentico, contro le strategie da “culture wars” (come le ha definite lo stesso Dreher sul Time), cioè le guerre culturali cristiane pubbliche, in favore di un ripensamento di strategia. Un progetto collettivo che, come tale, ha bisogno di tempo, spazio e organizzazione.

Nel frattempo, però, l’organizzazione individuale, dalla quale necessariamente quella collettiva dipende, può procedere verso un lavoro di formazione e realizzazione che può fondarsi su una singola “opzione Benedetto”: quella che, a partire dalla lettura della Regola e dalle sue applicazioni alla vita quotidiana, può gettare le basi individuali della ripresa di coscienza così tanto necessaria alle nuove società, anche professionali.

Quale migliore occasione di una crisi, dunque, per l’elaborazione di una nuova applicazione dei temi della vita benedettina al mondo del lavoro?

 

Nasciamo tutti come “uomini d’impresa”, cioè di intrapresa di progetti - intellettuali, organizzativi, culturali, imprenditoriali - ma poi, è inevitabile, ci smarriamo nel percorso. O, peggio, entriamo in crisi seguendo un modello ormai non più applicabile. Ecco, allora, che succede il miracolo: la crisi, personale e collettiva, ci obbliga a fermarci, a elaborare un nuovo pensiero. Anche Benedetto da Norcia è nato al centro di una profonda crisi e ha risposto ad essa “facendo impresa”, mettendo al centro la libertà dell'uomo, non solo a parole (poche e precisamente dirette), ma attraverso un metodo, cioè una via ben tracciata. Oggi tante aziende e comunità professionali proclamano la “centralità della persona”, ma non la capitalizzano, non fanno “comunic-azione”, cioè non creano azioni comuni. A questo punto,

 

come proprio il Prologo della Regola ci insegna, bisogna passare dall'accidia della disobbedienza alla fatica dell'obbedienza, bisogna passare dall'ascolto alla decisione e all'azione.

 

Una full immersion benedettina, anche solo per pochi giorni, anche solo rimanendo dove si è e sfogliando le pagine di Benedetto, meditandole e cercando applicazioni alle singole situazioni personali, è quello che ci vuole per riprendersi e riprendere, capitalizzandoli, i temi fondamentali e generali dell’attività umana: come passare dall'organizzazione alla comunità organizzata, integrando la matrice relazionale con quella gestionale.

 

Come far vivere anche in azienda la figura dell’abate, il “buon padre di famiglia” che coniuga in sé alte competenze e alte capacità di tessere relazioni.

Come raggiungere il bene comune: in azienda c’è bisogno di un leader che faccia sintesi. Non basta il bene, esso deve essere comune.

Come ascoltare il talento individuale, ricchezza e luce di ogni persona che tutti i giorni lavora in una comunità.

Come considerare le emozioni: è impossibile che un'azienda vada bene se le persone stanno male.

E, infine, ma non da ultimo, come “avere cura”: i team funzionanti hanno “cura” e “carità”, hanno reciprocità, per ottenere risultati dalle e con le persone.

 

I tempi nuovi stanno chiedendo risposte diverse da quelle praticate finora e forse il lato positivo di questo momento storico è proprio di essere così fervido di possibilità e di occasione di cambiamento e scelta. Proprio com’era il momento storico in cui il Santo di Norcia diede vita alla nuova comunità europea.

 

 

 

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