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Legge 194 trent'anni dopo, situazione e prospettive PDF Stampa E-mail

 

 

Gribaudi Editore 2008

 

CAP. 6: L’ABORTO EUGENETICO


G. NOIA – M. TINTONI – A.M. SERIO – C. BACCAGLINI – F. MALATACCA – G. FORTUNATO

 

 

 

Introduzione



Una delle più grandi preoccupazioni dell’umanità nel contesto storico degli ultimi 30 anni è stato ed è giustamente il problema socio-ambientale. “Una focalizzazione delle energie umane”, si invoca, “deve farsi con urgenza perché il fattore ecologico A (=ambientale) è prelazionale per il destino dell’uomo ed indifferibile nel doverlo affrontare nelle sue molteplici conseguenze”. Nel contesto generale attuale, però, colpisce fortemente la dicotomia culturale per cui i problemi dell’ecologia esterna dell’uomo polarizzano la nostra attenzione mentre quelli dell’ecologia interna dell’uomo vengono relegati nella intimità personale.
Questa sorta di schizofrenia psicosociale sembra cavalcare l’onda delle grandi separazioni dell’uomo che ha caratterizzato il secolo precedente. In particolare la separazione tra ciò che è di assoluta importanza nell’economia di tutto l’uomo e ciò che invece, pur importante, non è il centro della storia dell’uomo. Il riferimento di questa regressione antropologica riguarda il cosiddetto genocidio censurato (Antonio Socci, 2006): secondo l’OMS (dati del 1997) vengono praticati 53 milioni di aborti nel mondo annualmente.
Se si considera che negli ultimi 30 anni l’aborto è stato inserito nei Paesi democratici, e molto prima nell’Unione Sovietica, nella Germania Nazista e in molti Paesi dell’Est, si supera facilmente il miliardo di vite indifese soppresse. Di questo non ci si rende pienamente conto forse per un fenomeno di rimozione collettiva. “Da tempo non si rendevano più conto di ciò che poteva avere di morale o di immorale la vita che conducevano, perché era quella del loro ambiente. La nostra epoca, senza dubbio, per chi ne leggerà la storia fra duemila anni, sembrerà immergere certe coscienze, tenere e pure, in un ambiente vitale che apparirà allora mostruosamente pernicioso e dove esse si ritrovavano a loro agio” (Marcel Proust ne “Le temp retrouvè”).
Il riferimento ai 5 milioni di aborti volontari che sono stati effettuati nel nostro Paese in base alla legge 194 viene da sé. Infatti quando parliamo della legge 194, partiamo da questo dato storico italiano che ci induce a riflettere sulla grande sconfitta del cuore e della ragione dell’uomo non solo nel nostro Paese ma anche a livello planetario. Del cuore: perché sempre più si evidenzia la incredibile “mutazione antropologica” dell’essere madri; della ragione: perché il delitto è diventato un diritto; in definitiva perché assistiamo a una sconfitta delle ragioni del cuore e delle ragioni della ragione e l’umanità sembra sprofondare sempre più in una sorta di povertà storica e di regressione di civiltà.

 

 

 

 

Il contesto scientifico e socio-antropologico



“I cambiamenti nel mondo che ci circonda aumentano in grandezza ed in velocità, ma la nostra percezione di questi cambiamenti riesce sempre meno a mantenere il passo e se la realtà dei tempi moderni non ti ha confuso le idee vuol dire che sei male informato”. (Egon Diczfalusy, 1994).
Questa prima affermazione di un padre della ginecologia europea mette bene in evidenza il grande problema di come approcciare e approcciarsi alla verità sulla persona umana. La grande distinzione che si può evocare è che, nella fretta della acculturazione moderna, l’informazione crea confusione poiché non si hanno i criteri di riferimento valoriali e poiché vi è una netta distinzione fra l’informazione e la conoscenza.
I comportamenti sociali spesso confondono l’“essere informati” su un problema… con il “conoscere” quel problema. Le diversità fra l’informazione e la conoscenza si fondano su due considerazioni che riguardano il metodo e il merito. Il primo aspetto si desume dal fatto che dinanzi ad una pletora di modalità informative (internet, stampa, televisione, ecc…) la conoscenza dei problemi è epidermica e parcellare. L’informazione non soffre l’impegno analitico perseverante e applicativo del tempo. È un fast-food culturale che vive quasi solamente il presente, senza radici nel passato o proiezioni nel futuro. La conoscenza, invece, si pone completamente all’opposto ed è il frutto di metodologie rigorose che abbisognano di tempo e di verifiche per poter produrre idee di spessore culturale dignitoso.
Per quanto riguarda il merito l’informazione sembra abbracciare poliedricamente tutto e la conoscenza riesce con difficoltà a seguire velocemente questa polifagia culturale. Inoltre spesso la conoscenza, pur con le più buone intenzioni, sviluppa una parte del tutto, si iperspecializza e non interagisce con gli altri saperi della vita dell’uomo, vedi la filosofia, la teologia e la bioetica.
Questa dicotomia metodologica e comportamentale del nostro tempo fa si che cogliamo aspetti di pronunciamenti della vita umana fortemente schizofrenici. “Il nostro tempo ci fa constatare quotidianamente una forma di schizofrenia culturale, dove accanto a proclami di diverso tipo sulla difesa della dignità degli esseri umani e delle figure più deboli sul piano psico-sociale troviamo altrettanti proclami e battaglie in favore della libertà incondizionata e individuale di ogni scelta, spesso accompagnata da una assoluta indifferenza dinanzi alla vita debole e alla sua sacralità.
Nella metafora dell’esistenza umana troviamo molte similitudini tra l’embrione e la famiglia: la solitudine scientifica, giuridica, politica e psico-sociale che accompagna l’embrione è la stessa solitudine che accompagna l’istituto familiare; così come l’embrione si pone sempre più come “segno di contraddizione”, nell’ultimo decennio anche l’istituto familiare è salito agli onori della cronaca come campo di opposte fazioni e contraddizioni per la famiglia e sulla famiglia.” (G.Noia, Recensione del libro “Le pillole che uccidono” di Baldini e Carbone, Civiltà Cattolica).
“Come mai questa società è così schizofrenica? Siamo ormai alla deriva? Sì, siamo alla deriva, prima ancora che morale, alla deriva della ragione, quando si delega al lecito legale il lecito morale. Come esiste una logica della scienza, esiste pure una logica della vita. La prima è evidente, quando dice per esempio che una pietra attirata dalla forza di gravità al centro della terra non può muoversi verso l’alto. L’altra è più difficile da capire, ma altrettanto inesorabile come la prima: dichiara che azioni eticamente sbagliate, anche se appaiono utili, alla fine conducono alla rovina. Mentire può recare vantaggio una, dieci, cento volte; alla fine stronca ciò su cui poggia la vita: nella propria interiorità il rispetto di se stessi, nel rapporto con gli altri la fiducia; è un danno senza rimedio.” (Romano Guardini, 1949).
Questa affermazione esprime la devastante manipolazione culturale che è stata operata negli ultimi cinquant’anni intorno alla vita umana. Se riflettiamo su quello che è avvenuto nel rapporto tra diritto naturale e fecondità si possono cogliere otto grandi separazioni. Le prime quattro avvenute sul piano scientifico-biologico e le seconde sul piano antropologico e psico-sociale.
Una prima separazione è quella che è avvenuta quando la fecondità è stata separata dalla sessualità. Nella vita affettiva degli esseri umani la pillola estroprogestinica ha permesso una scelta di vita sessuale separata dalla possibilità di concepire. Non è qui il dato di riflessione etico-morale, bensì la constatazione oggettiva di come la pillola ha influenzato i comportamenti affettivi e sessuali. Una seconda separazione è avvenuta con la fecondazione extra-corporea: tutte le metodiche hanno permesso concepimenti al di fuori del corpo della donna: la fecondità è stata separata dalla corporeità. Una terza forma di separazione è avvenuta con la clonazione: la fecondità, essendo possibile senza l’utilizzo del gamete maschile, è stata separata dalla germinalità. Infine con la recente creazione di chimere umane la fecondità è stata separata dalla integrità genetica di specie.
Sul piano antropologico e psico-sociale, invece, la fecondità è stata separata dall’accoglienza della vita del figlio con il riconoscimento giuridico negli ultimi ottant’anni dell’aborto chirurgico e negli ultimi trenta delle pillole abortive. La possibilità di sperimentare sugli embrioni o, in caso di gravidanze plurime, di effettuare la riduzione degli stessi (modalità occisiva di 3/4 embrioni in caso di gravidanze esagemine o pentagemine) esprime un secondo tipo di separazione: fecondità separata dal concetto di eguaglianza e dignità di tutti gli esseri umani. L’eugenismo della diagnosi prenatale, il feticidio selettivo e la diagnosi pre-impianto evidenziano un terzo tipo di separazione: la fecondità separata dalla “normalità del figlio” in virtù della sindrome del feto perfetto che ha creato la “cultura dello scarto” con discriminazioni fortemente selettive sui feti malformati, malati o con handicap evidenziabili prenatalmente. L’ultima forma di separazione classificativa vede la fecondità ormai separata dalla umanità: un animalismo eco-ambientale sempre più forte ha fatto perdere la centralità antropologica della preziosità dell’essere umano. Recenti episodi ben conosciuti con forte rilevanza sui media hanno espresso chiaramente quanto sia importante opporsi alle stragi delle querce (Firenze) e all’avvelenamento degli orsi della Marsica (L’Aquila). Poca risonanza, però, o riflessione provocatoria viene offerta dinanzi all’olocausto censurato di 53 milioni di aborti annuali nel mondo.
L’embrione quindi è veramente segno di contraddizione: tutte le frontiere della scienza ormai si pongono come sfide bioetiche perché girano intorno all’embrione cosificato come oggetto in tante tecnologie (FIVET - ICSI, staminali embrionali, clonazione, crioconservazione degli embrioni, diagnosi preimpianto, diagnosi prenatale, riduzione embrionaria, feticidio selettivo). Restituire i diritti all’embrione con evidenze scientificamente fondate significa restituire alla comunità umana una riflessione che poggia sulla “evidence based medicine” delle interazioni fisiologiche e patologiche tra madre ed embrione sin da subito. Infatti la relazione biologica-anatomica e psicodinamica, nel periodo prenatale, fonda non solo il presente del nuovo individuo, ma anche il futuro del suo benessere psicofisico. In una società di separazioni, quindi, uno sguardo scientificamente onesto nell’universo della vita prenatale ci aiuta a riflettere sulla relazione per eccellenza, la relazione madre-figlio, e ci stimola a riconsiderare la verità ontologia della persona umana.
Inoltre in relazione alla legge 194 l’articolo 6 ruota tutto intorno alla salute psichica della madre, in un orientamento però dove la presenza del figlio con malformazioni costituirebbe un motivo di grande impatto sull’integrità psicologica materna. Ecco perché è bene rivisitare gli elementi soggettivi della relazione: il protagonismo biologico dell’embrione-feto e la sua relazionalità biologica e psicodinamica con la madre. Attraverso un processo di maieutica riflessiva e riflettendo sulla meravigliosa complessità della simbiosi materno-fetale avremo elementi scientificamente fondati per capire qual è il vero impatto sulla salute psichica della donna. La conoscenza porterà sempre più consapevolezza che la diade prenatale non è la madre contro il figlio bensì la madre con e verso il figlio.

 

 

 

 

L' embrione come protagonista relazionato

 

 

“L’embrione è un attivo orchestratore del suo impianto e del suo destino” (Editoriale del British Medical Journal, novembre 2000).
Uno degli aspetti che più evidenziano questa capacità manageriale dell’embrione nell’ambito di quelle che sono le relazioni con la madre “sin da subito” è l’imprinting genomico che consiste nell’inattivazione epigenetica di uno degli alleli di un gene generando quella che sidefinisce “espressione monoallelica”. Da un punto di vista evoluzionistico l’imprinting genomico si è selezionato in alcuni mammiferi in quanto indispensabile per la regolazione del conflitto tra geni paterni e geni materni nell’assegnazione delle risorse materne a beneficio dello sviluppo dell’embrione (growth promoters) piuttosto che della vita riproduttiva della madre (growth suppressors) -> teoria di Kinship. (Murphy K and Jirtle RL, BioEssay 2003).
Come ha brillantemente dimostrato Anthony R. Isles (Early Human Development, 2005) l’imprinting genomico esprime tutta la gamma di interazioni madre-embrione nella costituzione della placenta e per la crescita in utero non fermandosi però a questo perché alla base dell’imprintig sono correlate espressioni geniche sia del comportamento materno che del comportamento del neonato. Sulla scia di questi studi si è cercato di correlare l’imprintig con alcune patologie della gravidanza, e McMinn ha evidenziato come, con tecniche di microarray, vi sia una relazione tra l’mprintig genomico di espressioni placentari sbilanciate e la restrizione della crescita intrauterina (FGR). In questo lavoro si sostiene che sei geni “imprinted” sono espressi differenzialmente nella placenta di donne con FGR, con un aumento dell’espressione di PHLPDA2 associato ad una diminuita espressione di MEST, MEG3, GATM, GNAS e PLAGL1 (McMinn J et all, Placenta 2006).
A differenza dell’espressione biallelica, l’espressione di un singolo allele può comportare conseguenze dannose per la salute dell’embrione e per il suo corretto sviluppo. Molti geni coinvolti nell’imprinting genomico sono stati identificati proprio per la loro associazione con patologie specifiche della crescita quali la sindrome di Beckwith-Wiedemann, e con disordini neurologici come le sindromi di Prader-Willi e di Angelman.
Inoltre si può ragionevolmente ipotizzare che i geni ‘imprinted’ possano essere oncogeni o geni coinvolti nella soppressione del processo neoplastico. La crescita atipica del tumore è infatti caratterizzata oltre che da mutazioni genetiche anche da modificazioni epigenetiche, quali ad esempio la metilazione del DNA.
La conoscenza completa dei meccanismi di controllo della crescita cellulare mutuata dagli studi sull’embriogenesi costituisce pertanto una base di informazioni utile per affrontare studi in altri settori, quali l’oncologia.
Queste considerazioni si legano molto bene con ciò che ha dimostrato Helen Pearson con la sua affermazione: “Your destiny from day one” (Nature 2002-418:14,15), “Il tuo destino dal giorno uno”. Tutti questi dati sono la punta di un iceberg di una letteratura che enfatizza il protagonismo biologico dell’embrione e che possono sinteticamente essere compendiati in cinque caratteristiche:



a) La sua identità umana (46 cromosomi).


b) La sua individualità e unicità (sequenze ALU).


c) La sua autonomia biologica (lo shift metabolico energetico).


d) L’assunzione del piano programma genomico (imprinting genomico, polarizzazione, assializzazione).


e) Il “cross-talk” (mirato all’impianto e alla tolleranza immunologica).


Brevi considerazioni all’interno di queste caratteristiche, evidenziano subito le “relazioni” fisiologiche e patologiche tra la madre e l’embrione:

 

a) Nella definizione della identità umana la sincaria è la relazione fondamentale, ma essa è stata preceduta dalla singamia e il tutto è un insieme di relazioni biogenetiche per cui si costituisce il nuovo essere umano durante un processo e non in un solo momento;

 

b) L’unicità delle sequenze ALU fanno sì che la specificità delle sequenze definisca il nuovo individuo come unico e irripetibile anche in funzione di calcoli matematici di improbabilità di assemblaggio genomico assimilabile, talmente alti da confermare il concetto precedente, e ciò fonda anche la sua individualità;

 

c) Senza una relazione di supporto nutrizionale (elementi di metabolismo anaerobico forniti dal pabulum endotubarico) l’embrione, privo fino all’impianto di fonti energetiche ossigenative, non avrebbe avuto alcuna possibilità di sopravvivenza; la sua capacità autonoma di operare uno shift del metabolismo aerobico a quello anaerobico esalta una autonomia biologica che permette non solo di sopravvivere, ma di moltiplicarsi, di differenziarsi e di assumere e dirigere il piano-programma genomico scritto durante la sincaria.

 

d) Inoltre la capacità di sopravvivenza nell’organismo materno dipende dalla soppressione dell’interazione immunologica materno-fetale (Medawar, 1953). Ognuno di noi, infatti, da embrione, possiede il 50% di patrimonio genetico del proprio genitore maschile e quindi candidato ad essere rigettato; ma il processo di identificazione durante questa relazione “di tipo biologico-biochimico” non è solo importante ai fini dell’impianto, ma come hanno giustamente sottolineato gli autori dell’editoriale del British Medical Journal ( novembre 2000 ), determina le condizioni che avranno conseguenze anche dopo l’impianto: nella vita prenatale fino alla nascita, nella prima infanzia, nell’adolescenza e nella vita adulta.

 

e) Il colloquio incrociato (“cross talk”) tra embrione e madre spiega l’affermazione del fatto che esso è un direttore d’orchestra non solo del suo impianto, ma anche del suo destino futuro. L’adeguatezza della preparazione dell’impianto avviene all’interno di un pabulum di scambi di messaggi fra i due attori. Nello stadio fra 2 e 8 cellule molte citochine (Human Reproduction online 2002) vengono prodotte dall’embrione non solo finalizzate a progettualità di crescita, ma anche come messaggeri di una comunicazione sempre più complessa e numerosa, da far affermare a Wegmann TG (1984) che “l’embrione è immerso in un mare di citochine da lui stesso prodotto”. “L’impianto è un paradosso di biologia cellulare” (P. Bischof et al, Human Reproduction Update, 1996).

 

Se non fosse avvenuto quel processo di riconoscimento che permette a ciascun embrione di essere trattato come un trapianto semi-allogenico non si sarebbe ottenuta neppure quella trofoblastizzazione placentare da cui dipende la vita successiva prenatale. La relazionalità dei primi otto giorni esprime un progetto biologico finalizzato a produrre un vero e proprio “cervello placentare”, in cui coesistono le produzioni di neuroromoni, neuro peptidi, neuro steroidi e neurotrasmettitori.


È quindi molto difficile non ipotizzare che dei fattori ambientali di tipo farmacologico-ormonale, nella fase endotubarica (vedi pillola del giorno), non possano influenzare la preparazione dell’impianto e, nei fatti, intercettarlo e provocare l’aborto precoce.


L’azione del levonorgestrel sulle integrine comporta modificazioni biochimiche dell’endometrio che ostacolano l’impianto (JD Wang e coll, Proceeding of the International conference on reproductive health, 1998); I cambiamenti dell’espressione citochinica nella tuba di Fallopio influenzano lo sviluppo embrionale attraverso una alterazione del milieu peri-impianto (HZ Li e coll, Molecular Human Reproduction 2004, 10; 7, 489; A Christow e coll, Molecular Human Reproduction 2002, 8; 4, 333-340). “Non possiamo concludere che la pillola per la contraccezione d’emergenza non impedisca mai la gravidanza dopo la fecondazione” (Trussel J e coll, Contracception 2006, 72 (2), 87-89).


Queste osservazioni sono suffragate ampiamente da tanti altri studi che dimostrano come la cosiddetta “contraccezione d’emergenza” sia in effetti un metodo di abortività precoce. I dati della tabella 1 sono oltremodo dimostrativi di come l’efficacia preventiva (=abortiva precoce) del Levonorgestrel raggiunga l’80% nel gruppo di pazienti globalmente inteso e l’85% nel gruppo delle pazienti che avevano avuto il rapporto sessuale un giorno prima o dopo la prevista ovulazione.

 

 

 

 

In un altro lavoro di Von Hertzen et all (Lancet :36;1803-10 Dec.2002) il tasso di diminuzione di gravidanza era dell’82% se il Levonorgestrel veniva preso entro le 72 ore dopo il rapporto sessuale e del 62% se veniva preso fra 72 e 120 ore dopo il rapporto.


Una ulteriore osservazione tra mentalità contraccettiva e abortività precoce e tardiva deriva dai dati di tipo epidemiologico pubblicati recentemente. I tassi di abortività volontaria nel Regno Unito e in Svezia non sono diminuiti nonostante l’enorme diffusione della contraccezione di emergenza sia avvenuta negli ultimi dieci anni . La tabella 2 mostra chiaramente quanta continuità di idee e di prassi ci sia tra contraccezione e aborto.

 

 

 

 

Che la contraccezione non induca una diminuzione dell’aborto lo si rileva anche dalle agenzie di diffusione nel mondo delle varie forme di contraccezione. Il periodico dell’Alan Guttmacher Institute for Planned Parenthood Federation of America, istituzione statunitense che promuove campagne a favore della contraccezione e dell’aborto, ha riconosciuto che “in sei paesi come Cuba, Danimarca, Paesi Bassi, Stati Uniti, Singapore e Repubblica di Corea, il numero degli aborti e l’uso della contraccezione sono aumentati in modo simultaneo” (C. Marston, J. Cleland, Relationships between contraception and abortion: a review of the evidence, in “International Family Planning Perspectives”, Mar 2003, 29 (1), 6-13).

 

L’aborto quindi diventa quasi un naturale prolungamento della contraccezione. Altre evidenze derivano dalla letteratura seguente:


A. su 10.000 donne che chiedevano di abortire il 57.5 % usava un metodo contraccettivo durante il mese nel quale si era verificata la gravidanza (J. Suadeau et al. , 1996).

 

B. Su 315 donne nel quale il metodo contraccettivo ha fallito il 52% ha chiesto l’aborto (V. Rash et al. , 2002).

 

C. Su 3.516 donne danesi il 51% che usa metodi contraccettivi rifiutano una gravidanza non pianificata e chiedono l’aborto (Rash et al. , 2001).

 

D. La contraccezione non evita il ricorso all’aborto chirurgico (L. T. Strauss et al. , 2002).

 

Nel nostro Paese circa 30 anni fa, con l’avvento della legge 194, nei Consultori pubblici di 3 regioni in particolare (Puglia, Umbria e Liguria) l’aforisma: “Più contraccezione, meno aborti” ha spinto le amministrazioni locali a diffondere, in maniera capillare, l’uso della pillola contraccettiva nelle utenti, giovani e meno giovani. L’idea era che la prevenzione dell’aborto si potesse attuare più con rimedi farmacologici che non con strategie educative ai valori della affettività e della sessualità.


Il risultato è ben evidente nella tabella 3: non solo il tasso di abortività si pone tra i più alti d’Italia ma soprattutto il tasso di ripetizione dell’abortività volontaria è tra i più alti d’Italia e d’Europa, e proprio in quelle tre regioni dove maggiore era stata la diffusione di questa “supposta” metodologia preventiva.

 

 

 

 

 

 

La relazione biologica e psicodinamica con la madre

 

 

Sulla base, quindi, della programmazione genetica c’è una prima fase di relazionalità biologica, ormonale, immunologica già nel periodo intratubarico (primi 5 giorni) e nei primissimi giorni di vita intrauterina. Tale interazione però è così fondante ai fini dell’impianto che determina anche il tipo di trofoblastizzazione successiva. Recenti studi hanno validato che in una condizione di inadeguato apporto nutrizionale (legato a incapacità della placenta) con conseguente basso peso alla nascita vi sono problematiche consequenziali nella prima infanzia, nell’adolescenza e nella vita adulta.
Nella prima infanzia si evidenzia il cosiddetto fenomeno del “catch up growth”, caratterizzato da una obesità del periodo della prima infanzia in cui all’insulino resistenza e all’aumentata produzione di insulina si accompagna un sistema di IGF attivato ed azione Insuline Like dei frammenti IGFBP-3. Dai dati di Jaquet et al. del 2005 un aumentato rischio di sindrome metabolica si verificherebbe nei soggetti nati piccoli per l’età gestazionale (2,3% nei soggetti SGA, contro lo 0,4% dei soggetti AGA) e questo fenomeno abbraccerebbe anche la fase adolescenziale fino a 22 anni.
Il problema dell’obesity rebound renderebbe ragione anche di una prevalenza del 4,2% (aumentata) di sindrome metabolica e si correlerebbe al fatto che essa si verificherebbe in adolescenti con policistosi ovarica nel 37% dei casi. Nel 4% dei feti a termine con peso inferiore ai 2400g si verificherebbero anche, nella fase infantile e adolescenziale, una precoce androgenizzazione con adrenarca prematuro nel 5% e policistosi ovarica nel 10% dei casi (Ergaz et al. 2005; Zukauskaite et al. 2005).Una metanalisi degli ultimi quindici anni correla il basso indice corporeo con il pubarca prematuro. (Ibanez et al.).
Infine, un recente lavoro di Godfrey KM (Placenta, 2002) porta consistenti dimostrazioni sia nell’animale sperimentale che nell’umano che il basso peso alla nascita dovuto ad una insufficienza del supplemento materno attraverso la placenta può essere la base di malattie metaboliche e cardiovascolari della vita adulta. Come si può dedurre, quindi, la relazione biologica, biochimica, ormonale e immunologica fonda il futuro del benessere psicofisico del nuovo essere umano. Tale relazionalità continua anche dopo l’impianto, con una serie di circuiti cellulari anatomici e psicodinamici.
È conosciuto popolarmente l’effetto protettivo che la presenza della gravidanza (e quindi del figlio) comporta in relazione alla prevalenza dei tumori della mammella (l’allattamento è uno dei principali fattori di protezione) ma non meno importante è la gravidanza come elemento terapeutico in presenza di endometriosi. Recenti contributi sul traffico cellulare di cellule staminali dal figlio alla madre hanno mostrato come cellule staminali del figlio dopo aver attraversato la placenta possano andare a colonizzare organi materni e, differenziandosi in cellule tiroidee o epatociti, hanno capacità di riparare eventuali danni materni (Bianchi D et al, 2000): è il caso di affermare che se la madre dona la vita al figlio anche il figlio dona la vita alla madre.
La ricchezza di connessioni relazionali si esprime anche nella partecipazione della madre allo sviluppo neuro-sensoriale e neuro-comportamentale del figlio.
Già alla fine del terzo mese il feto è in grado di discriminare cambiamenti nella composizione del liquido amniotico su base olfattiva poiché già a 7-8 settimane assoni ascendenti penetrano nel bulbo olfattivo e dal bulbo raggiungono alcune zone del sistema nervoso centrale che influenzano i comportamenti futuri come l’alimentazione e la sessualità (Varendi H et al., 1996; Yamatani H et al., 2004).
Anche l’orientamento post-natale è condizionato dallo sviluppo dell’olfatto. In un lavoro recente di Benassi et al (Biomed Ateneo Parmense 2004) e Doty R.L. (Experienza, 1996) si dimostra che, sulla base del riconoscimento dell’odore del liquido amniotico, il neonato è in grado di riconoscere la propria madre, così come tale memoria olfattiva prenatale potrà condizionare molti nostri comportamenti anche nella vita adulta (Schaal B et al, 1998).
Anche le esperienze gustative prenatali influenzano i gusti futuri (Schaal et al., Chem Senses 2000). Una nota esemplificazione presentata dagli autori precedenti metteva in evidenza come una bambina indiana, adottata da una coppia parigina a tre mesi, mostrasse, allo svezzamento, una particolare preferenza per il riso al curry, molto diffuso in India. Iniettanto una sostanza dolce nel liquido amniotico si osserva ecograficamente un aumento del ritmo di deglutizione, mentre con l’inoculo di una sostanza amara la deglutizione rallenta (Mistretta CM et al, Br Med Bull, 1975).
L’organo della vista si completa morfologicamente a 24 settimane e se noi effettuiamo con una intensa fonte di luce un fascio luminoso sull’addome materno, un’importante reazione motoria fetale evidenzia sperimentalmente la funzione visiva prenatale (Graven SN, Clin Perinatol 2004).
La relazionalità relativa al senso dell’udito è stata studiata moltissimo, e vede nel riconoscimento della voce materna l’aspetto più esaltante delle relazioni psico-dinamiche (Klopfenstein D, Rev Fr Gynecol Obstet, 1993) fino al punto che si può dimostrare la percezione da parte del feto delle caratteristiche ritmico-intonative di un discorso materno (Damstra,Wijmenga SM, Midwives Chron, 1991). Il feto ha una sua precipua reazione motoria violenta dinanzi a stimoli sonori improvvisi (Bauer R et al, Biol Neonate, 2001) e sono ormai molti anni che Zimmer et al (1982) ha dimostrato come musiche veloci molto ritmate (Rock, Beethoven) portino a movimenti bruschi del feto ed accelerazioni del battito cardiaco, mentre musiche lente e dolci (come Vivaldi e Mozart), causano movimenti calmi di tipo natatorio e rallentamento della frequenza cardiaca fetale. Secondo Olds C (1985) ci sarebbe, durante l’esperienza musicale del feto, una percezione di ciò che è il vissuto della madre durante l’ascolto di un brano.
Infine lo sviluppo della sensibilità tattile, pur vedendo presenza di fibre nocicettive già all’ottava settimana, matura con connessioni che si completano alla decima settimana attraverso le fibre C. Esse raggiungono il midollo e la produzione di sostanza P con i suoi specifici recettori nei gangli posteriori e nei corni dorsali midollari tra 12 e 16 settimane (Mrzljak 1998, Chamay 1983). I recettori cutanei del tatto si distribuiscono dalla zona periorale (7 settimane) al viso/palmo delle mani/pianta dei piedi (11 settimane) e alla parte prossimale degli arti e del tronco (15 settimane). A 20 settimane in tutte le superfici cutanee e mucose del corpo fetale sono presenti i recettori cutanei (Balmaan 1980).



Lo sviluppo della sensibilità tattile si relaziona a tutto il grande capitolo del dolore fetale, i cui indicatori sono stati ormai validati sia a livello anatomico, che a livello fisiologico/ormonale e comportamentale: dimostrazione di recettori anatomici, di neurotrasmettitori sia a livello centrale che periferico, immissione di sostanze ormonali come endorfine, cortisolo e catecolamine dopo uno stimolo doloroso e reazione motoria del feto dopo puntura con ago già evocabile a 8 settimane (Hamond I 1996) o modificazione della frequenza cardiaca nei tracciati cardiotocografici (Noia 1985).


Varie evidenze, inoltre, dimostrano che nello sviluppo neuro-sensoriale del feto vi è una intensa partecipazione materna e che i canali di comunicazione sono fortemente biunivoci. Proprio questa relazionalità madre-feto, quindi, sta alla base della percezione sia della presenza che dell’assenza del figlio. ( J.P Relier 2001, K.J.S. Anand 2000, A.T. Bhutta 2002, T.F. Oberlander 2002).


Tale percezione, però, non è, come i più pensano, di tipo biologico sensoriale, ma esiste anche una percezione psicologico-spirituale della presenza del figlio. Più in particolare, mentre la prima segue un canale percettivo di incremento esponenziale man mano che il bambino cresce e aumenta il livello di relazionalità biologico-sensoriale per il suo incremento ponderale (quindi segue una legge di gradualità), la percezione psicologico spirituale segue invece la legge del “tutto o nulla”: la presenza del figlio viene avvertita come un tutt’uno di presenza, indipendentemente dalle sue dimensioni.


Questa affermazione la si desume dalle esperienze osservazionali, ormai cronicamente acquisite, di come moltissime madri riescono a fare una corretta diagnosi di sesso del proprio bambino senza l’ausilio dell’ecografia o dell’amniocentesi; è esperienza comune, inoltre, che molte donne fanno autodiagnosi di gravidanza e subito dopo ne hanno conferma con il test. Infine è mia esperienza personale, in più di 20 gravidanze gemellari, che la diagnosi di gemellarità fatta dalla paziente si basa su una “diversità percettiva” che esse riferivano in relazione alla gravidanza attuale, gemellare, prima ancora di fare qualsiasi esame ecografico o ormonale e senza avere eventi di gemellarità nella famiglia o essersi sottoposte a stimolazioni ormonali della ovulazione.


Questa serie di evidenze dimostra come i canali di percezione psicologico-spirituale non seguano gli stessi canali della percezione biologico sensoriale. Il dato conclusivo è quindi che, quando la donna percepisce l’assenza, percepisce la perdita della presenza del figlio e questa percezione non è equiparabile alle dimensioni dell’embrione, poiché è indipendentemente, quindi, dal peso in grammi e dalla lunghezza in centimetri. La percezione psicologico-spirituale, quindi, è difficilmente anticipabile: ne consegue che il concetto di proporzionalità traumatica (piccolo embrione=piccolo trauma) è solo un fenomeno culturale proiettivo, utilizzando una proporzionalità matematica tra le dimensioni dell’embrione e l’entità del trauma psicologico, ma, nell’esperienza osservazionale e soprattutto nell’esperienza delle donne, non esiste.
Quella classe medica che, magari in buona fede, propone tutta una serie di anticipazioni di test invasivi e non invasivi di diagnosi prenatale (la villocentesi al posto dell’amniocentesi, il bitest al posto del tritest, la nuchal translucency al posto dei soft markers dopo la 13° settimana) nell’ottica di poter effettuare una diagnosi il più presto possibile e favorire una scelta di interruzione volontaria più precoce possibile. Tale tentativo di diminuire il trauma dell’interruzione, si scontra con l’evidenza della sofferenza psicologica delle donne, per il fatto non esiste alcun test predittivo così precoce da anticipare la percezione psicologica della presenza del figlio. Si può interrompere una percezione biologico-sensoriale, ma non si può né eliminare né anticipare la percezione psicologico-spirituale.
Questo è dimostrato anche dal fatto che il tempo di elaborazione e sedimentazione del lutto dopo un aborto spontaneo precoce (8-9 settimane) è temporalmente equiparabile alla elaborazione e sedimentazione del lutto di donne che hanno perso i propri mariti (studi sulla vedovanza). È ovvio che se i canali di comunicazione sono così forti si può dimostrare che il feto, una volta acquisiti i recettori cutanei per la sensibilità nocicettiva (dolorifica) e possedendo già da 8 settimane le terminazioni nervose della sensibilità dolorose che portano la percezione del dolore sino al talamo, senta il dolore fisico come ampiamente dimostrato dal prof Hanand e dagli studi nei feti prematuri.
In sintesi, quindi, potremmo affermare che dopo la 15a settimana il feto possiede tutti gli elementi anatomici-fisiologici e centrali non solo per sentire il dolore, ma anche per sentirlo in maniera fortemente amplificata, non possedendo fino a 27 settimane il cosìddetto “pain modification system” (sistema di modificazione del dolore), che permette di modulare la sensazione nocicettiva. Se consideriamo che la maggior parte degli aborti tardivi vengono effettuati dopo la 16 a settimana, è ovvio pensare che oltre ad andare incontro ad un aborto volontario il feto muore con una sensibilità dolorosa dieci volte superiore. Come precedentemente ricordato, un insulto invasivo che oltrepassi la cute fetale, crea nel feto una brusca immissione di ormoni (endorfine, catecolamine, cortisolo) nel torrente circolatorio come risposta allo stress doloroso e sul piano vascolare una vasodilatazione a livello cerebrale.
E’ stato proposto, da medici che praticano l’interruzione volontaria di gravidanza, alla luce di queste conoscenze, di effettuare analgesia a quei feti che dopo la 18 a settimana vanno incontro ad aborto volontario. Alle contestazioni di alcuni medici contrari a questa proposta è stato evidenziato che, anche negli animali da esperimento, che poi vengono sacrificati, si effettua una analgesia per evitare il dolore. Perché allora il cucciolo dell’uomo dovrebbe essere trattato diversamente dagli animali? Per chi, come il gruppo da me diretto, effettua metodiche diagnostiche e terapeutiche che debbono comportare passaggio attraverso l’addome o il torace fetale ai fini di salvare feti considerati inguaribili, è d’obbligo effettuare una analgesia fetale prima di ogni approccio invasivo.
Esiste poi quello che molti autori hanno chiamato “memoria del suffering”: come nell’adulto anche nel feto il dolore fisico viene ricordato maggiormente quando è associato alla esperienza psicologica di dolore.
Numerose evidenze nell’animale sperimentale dimostrano che gli stress della madre, durante la gravidanza, causano disturbi comportamentali, nella prole, anche ad un lungo follow-up (Henry et al 1994, Weinstock et al 1997). L’azione secondo altri studi avrebbe una influenza diretta sullo sviluppo dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene del feto (scheider e moore, 2000). Nell’uomo una metanalisi di 51 lavori internazionali dal 1956 al 2001 effettuata da M. Zappitelli ha dimostrato una più alta prevalenza di ADHD (attention deficit hyperactivity disorder) nei bambini di madri con insulti stressanti pre/peri/post-natali.

 

Uno studio di Bracha del 1992 su 30 coppie di gemelli omozigoti ha dimostrato che i gemelli reagivano in maniera diversa allo stesso stress materno durante il secondo trimestre al punto che in 23 coppie su 30 si dimostrò nella vita post-natale che uno dei due gemelli era schizofrenico e l’altro normale. Uno degli elementi importanti di questa relazione tra stress materno e patologia fetale riguarda il dato biologico importante della influenza degli stress materni sulla migrazione neuronale verso la corteccia che avviene in maniera massiva tra il terzo e quinto mese di gravidanza, sostanzialmente tra la dodicesima e la ventiduesima settimana (R. O. Huttunen Niskanenn 1978). Questi stress materni, qualora avvenuti in questo periodo particolare, possono influenzare molto più di quanto si creda la plasticità dello sviluppo, producendo complicanza a lungo termine nel neonato quali stress, tendenza alla patologia infiammatoria, alla patologia metabolica e ai disordini psichiatrici.
Tre piccole esemplificazioni, inoltre, dimostrano come i canali percettivi del feto siano intensi ma reali e in gran parte a tutt’oggi misconosciuti. I bambini concepiti dopo un aborto spontaneo intervistati nella vita post-natale tra i 6 e i 9 anni riferiscono di non essere amati per se stessi, ma per il fatto di considerarsi i sostituti del fratellino perduto (“replacement child sindrome”, Poznasky 1972, Phypps 1995). Inoltre il di stress psicologico prima e dopo l’effettuazione dell’amniocentesi, nell’attesa del risultato, viene percepito dal feto come un blocco dei canali effettivi della madre verso di lui (the blocking channels sindrome, M.Cederholm2001).
Tutte queste evidenze riportate fondano scientificamente lo spessore del rapporto simbiotico tra la madre e il feto e aiutano a comprendere quali siano le basi della omeostasi psicologica materna durante la gravidanza.
Esse quindi, rappresentano le premesse ineludibili per passare “dall’informazione” alla “conoscienza”. In effetti sono i presupposti psico-biologici fondamentali perché si possa agire per operare un’azione dissuasiva dell’aborto volontario ed intuire quali corde relazionali si vanno a toccare quando parliamo della vita e della morte non solo del bambino in utero ma anche di tutto il progetto che la donna, la coppia, la famiglia, i fratellini e i parenti hanno costruito.
“Aspettiamo un bambino” è la frase ricorrente dinanzi al concepimento di un nuovo essere umano. Questa attesa caratterizza tutto l’universo di sentimenti ed affetti, criptici ed evidenti che traducono la frase suddetta in un’altra: “Aspettiamo la speranza, aspettiamo la novità, aspettiamo la gioia, aspettiamo la meraviglia e lo stupore di una nuova e irripetibile esistenza”.

 

 

 

 

La salute psichica della donna

 


Nel 1969 R. Sinan affermava nel New England Journal of Medicine: “Non esiste alcuna indicazione psichiatrica inequivocabile per l’aborto” e F. Hyd, psichiatra, due anni dopo dichiarava su Medical News Letter: ”Ormai le vere motivazioni psichiatriche per l’aborto procurato sono praticamente inesistenti. La moderna terapia psichiatrica ha reso possibile ad ogni donna psicopatica di portare a termine una gravidanza”. Circa 10 anni dopo il Dott. Louis Hellmann (Columbia Women’s Hospital di Washington), dichiaratamente a favore dell’aborto, affermava che “la richiesta del permesso dello psichiatra per poter abortire era una presa in giro” (Washington Post, Nov. 25, 1971). R.Maddock e R.Sexton alcuni anni dopo cominciano ad aprire uno spiraglio su quale fosse il vero impatto sulla salute psichica della donna “quando le pazienti si presentano con problemi emotivi ed hanno alle spalle una storia di aborto terapeutico, la sequela emotiva conseguente dovrebbe venir considerata come l’evento che danneggia più di ogni altro la vita delle pazienti. Purtroppo esse non fanno mai questo tipo di associazione, dal momento che i conflitti più dannosi vengono sepolti nell’inconscio”. (R.Maddock e R.Sexton “The rising cost of abortion”, Medical Hypnoanalysis, 1980). Erano gli anni della domanda: “In che cosa consiste la sindrome post-abortiva?”
Tale sindrome è caratterizzata da un forte disagio psichico (comportamento di rifiuto, soppressione…) e dall’emozionalità nel periodo che segue l’intervento abortivo. Sembra essere il risultato di un meccanismo di difesa che dopo qualche anno non è più idoneo a controllare lo stato di instabilità emotiva che la donna si trova a fronteggiare. Secondo alcuni psichiatri è comparabile al quadro patologico dovuto allo stress post-traumatico (T.Keane Am. Med News 1988). Alcuni anni prima C. Hall affermava che “il trauma dell’aborto terapeutico può avere delle sequele importanti sul piano emotivo, poiché comporta forti implicazioni sociali, politiche, culturali e morali”. (C. Hall and S. Zisnok, “Psichological di stress following therapeutical abortion”.The female patient vol 8, Mar 1983).
Anche lo studio dell' Elliot Institute for Social Sciences Research riferisce alcune gravi conseguenze nelle pazienti che si sottopongono a interruzione volontaria: il 90% di queste donne soffre di danni psichici nella stima di sé; il 50% inizia o aumenta il consumo di bevande alcoliche e/o quello di droga; il 60% è soggetto a idee di suicidio; il 28% ammette di aver persino provato fisicamente a suicidarsi; il 20% soffre gravemente di sintomi del tipo stress post-traumatico; il 50% soffre dello stesso in modo meno grave; il 52% soffre di risentimento e persino di odio verso quelle persone che le hanno spinte a compiere l'aborto e nello studio di David Fergusson, pubblicato nel Journal of Child Psychiatry and Psychology, si dimostra che l’aumento della depressione (46%), dell’ansia, di comportamenti suicidi e di tossicodipendenza era due, tre volte superiore nella popolazione di donne (500 pazienti seguite dalla nascita fino a 25 anni) che avevano fatto interruzione di gravidanza.
Una serie di valutazioni che riguardano la salute psichica e l’incidenza di aborto la rileviamo da un saggio della Dott.ssa Cinzia Baccaglini nell’appendice del libro “Storia dell’aborto”, di Francesco Agnoli, edito da Fede e Cultura nel febbraio 2008 e pubblicato su “Il Foglio” del 24 febbraio scorso: “L’aborto è in effetti responsabile di una serie di fenomeni gravi: l’aumento del 160% nei tassi di suicidio negli Stati Uniti nel 2001, secondo l’Archives of Women's Mental Health; aumento del 225% nei tassi di suicidio in Gran Bretagna nel 1997, secondo il British Medical Journal; aumento del 546% nei tassi di suicidio in Finlandia nel 1997, secondo gli Acta Obstetrica et Gynecologica Scandinavica.
In definitiva, la media degli aumenti nell’incidenza del suicidio riportati da questi tre studi è del 310%! Gli alti tassi di suicidio successivi all’aborto contraddice chiaramente l’idea che porre fine alla gravidanza possa essere una scelta più sicura rispetto a quella di dare alla luce il bambino. Lo studio più autorevole sui legami tra ricovero psichiatrico e aborto rivela che nei quattro anni successivi ad una gravidanza, le donne che abortiscono ricorrono alla psichiatrica da due a quattro di più rispetto alle donne che portano avanti la gravidanza. Un altro studio rivela che anche quattro anni dopo aver abortito, i tassi di ricorso alla psichiatria rimangono del 67% più alti rispetto alle donne che non hanno abortito.
Secondo l’Archives of Women's Mental Health, nel 2001, le donne che hanno abortito risultano aver sviluppato in maggior misura reazioni di aggiustamento, psicosi depressive e disturbi neurologici e bipolari. Anche il rischio di depressione o psicosi post parto per le nascite desiderate è maggiore per le donne che avevano precedentemente abortito. Per una media di otto anni successivi all’aborto, le donne sposate hanno dimostrato una propensione a cadere in depressione clinica del 138% superiore rispetto alle corrispondenti donne che avevano portato avanti la loro gravidanza indesiderata. Questo, secondo il British Medical Journal del 19 gennaio del 2002.
Riguardo il problema dell’alcol e della tossicodipendenza, le donne che hanno abortito risultano essere 4,5 volte più portate ad affrontare il loro contrasto e dolore interiore in questo modo. E questo dato si basa solo su quelle donne la cui dipendenza da alcol o dalle droghe è resa nota. Non sono invece considerate tutte quelle donne che ogni sera si bevono i loro bicchieri di vino pensando che ciò sia semplicemente un modo per rilassarsi. Questo aspetto è stato riportato dall’American Journal of Drug and Alcohol Abuse, nel 2000. Le conclusioni del primo studio di lungo termine condotto dal Dott. Vincent Rue riportano abbondanti dati sui disturbi da stress post traumatico.
Dalle statistiche relative agli Stati Uniti risulta che: il 55% di coloro che hanno abortito afferma di avere incubi e di essere ossessionato dall’aborto; il 73% afferma di avere dei flashback; il 58% delle donne afferma di avere pensieri suicidi e di riferirli direttamente all’aborto; il 68% rivela di essere scontenta di se stessa; il 79% si sente in colpa e afferma di essere incapace di perdonarsi; il 63% ha timori per future gravidanze e dell’idea di diventare genitore; il 49% non si sente a proprio agio vicino ai neonati; il 67% si descrive “sentimentalmente insensibile”. In questo saggio, inoltre, vengono analizzati in maniera cogente tutti gli aspetti che l’impatto ha sulla personalità femminile come l’emergenza di disfunzioni sessuali, di disordini alimentari, di aumento di consumo di tabacco e di attacchi di panico o di ansia.
Una relazione tra l’aborto volontario e la salute psichica delle donne viene spesso sottaciuta per non evidenziare la contraddittorietà di una pratica medica che viene scelta a norma di legge (Legge n. 194, 1978) per tutelare la salute psichica della donna e che invece la danneggia. Alcuni studi esemplificativi chiariscono questa interdipendenza. Nel lavoro di Reardon et All. (Canadian Medical Association Journal, maggio 13, 2003; 168) si evince che i disturbi bipolari (disturbi della salute psichica) sono tre volte più frequenti in pazienti che hanno avuto aborti volontari rispetto a pazienti che hanno portato avanti la gravidanza e le psicosi depressive sia esse sporadiche che ricorrenti, sono due volte più frequenti facendo la stessa comparazione. Anche la tendenza al suicidio sia come prevalenza per classi di età, (Gissler, M. et al. BMJ 1996;313:1431-1434) sia per prevalenza in alcuni mesi dell’anno, (Cagnacci A. e Volpe A. Human Reproduction 2001) è fortemente correlata all’ aborto volontario.
Sebbene non tutte le interruzioni portino alla depressione e/o al suicidio, tuttavia ne aumentano sensibilmente i rischi e l’incidenza. (Times on line 26 ottobre 2006).
Infine un lavoro molto inquietante riporta una relazione tra l’aborto e il cancro al seno: secondo l’articolo del Journal of National Cancer Institute, effettuato su 1800 donne,l’epidemiologa Janet Dalling ha accertato che il rischio di cancro al seno è più elevato nelle adolescenti al di sotto dei 18 anni che abortiscono entro il terzo mese di gravidanza.

 

 

 

 

L’articolo 6 nella legge 194

 


Tutte queste considerazioni, riportate con dovizia di particolari e con abbondante letteratura scientifica , “sgretolano” il capo saldo della motivazione dell’interruzione della gravidanza dopo i 90 giorni, quando per la presenza di gravi malformazioni fetali, diagnosticate o sospette sulla base di indagini prenatali invasive e non invasive, si ipotizza il grave danno alla salute fisica e psichica della donna. E’ un dato epidemiologico acclarato che gli aborti dopo i 90 giorni sono passati dallo 0,5% (1981) al 2,7% (2007): chi volesse negare l’aspetto eugenistico e selettivo della legge 194 dovrebbe dimostrare il perché di questo aumento fino a 5 volte superiore!
L’aspetto più inquietante però non è solo il negare l’aspetto eugenistico della legge ma è soprattutto il negare che questi numeri possano rappresentare un elemento dissuasivo autorevole, da un punto di vista statistico, epidemiologico e scientifico, per tutta la comunità civile che sembra subire un processo di cecità del cuore e di narcosi della coscienza.
Un altro aspetto, non meno importante, è quello relativo alla sindrome del feto perfetto: l’amplificazione che la cultura mediatica fa dell’eventuale handicap del bambino in utero sull’impatto della vita futura è devastante. In nome di una cultura che proietta solitudini su solitudini ed esalta la proiezione di una società futura senza solidarietà umana e civile, si opera un’azione cogente verso il “togliere la vita” in nome di una “qualità di vita” futura che ancora non si conosce.
Il meccanismo di proiezione e di amplificazione della sofferenza, fisica e psicologica, dell’individuo, della coppia e delle famiglie che devono gestire l’handicap, cerca di dare peso reale a condizioni di vita proiettate virtualmente: una manipolazione sottile e suadente che tenta di giustificare nelle “buone” coscienze il concetto, assolutamente falso e inumano, che si può eliminare la sofferenza eliminando il sofferente!
Come si vede gli induttori psicosociali operano manipolando i fatti reali attraverso una serie di menzogne giuridiche, scientifiche e socio-politiche. La vita umana viene resa “terminale” in nome di grandi falsità e non verità! Esempi eclatanti sono appunto i feti resi terminali dal consenso giuridico-sociale: (53 milioni di aborti annualmente nel mondo), dalla ignoranza (= dalla non conoscenza) di tante storie naturali che riguardano malattie infettive in gravidanza, malformazioni che cambiano nel corso della gestazione la loro gravità, da una mancanza di cultura informativa sulle visite preconcezionali e infine da una diagnosi prenatale che utilizza le tecnologie invasive e non invasive solo per vedere e per eliminare e non per vedere e per curare.
E’ possibile invece usare la diagnosi prenatale per attuare la cosiddetta “terapia educazionale”: il counselling è di per sé un momento medico importante dove parlando con la coppia e facendo parlare la coppia si possono evincere i vari problemi che hanno condotto quella famiglia a iniziare un iter di aborto volontario.
Educare alla consapevolezza che spesso la malformazione non c’è, che se c’è è curabile prima della nascita o subito dopo e infine che, in presenza di gravi malformazioni, accompagnare il proprio figlio verso la morte naturale è l’atteggiamento più umano e più consapevole, anche se non privo di sofferenza, significa restituire alla coppia quel progetto di esistenza che loro hanno costruito intorno al figlio. Esso non si interrompe ma prosegue con modalità diverse e si compie nella piena capacità gestazionale e nell’accoglienza della vita, perché come dice Hanna Arendt: “Gli esseri umani, sebbene debbano morire, non sono nati per morire, ma per incominciare”.
Sulla base di queste esperienze dirette è nata l’Associazione “La Quercia Millenaria”, dove i percorsi di scelta di molte famiglie sono stati definiti “eroici” ma che le famiglie hanno definito “naturali. Esse hanno dimostrato che l’atteggiamento diffuso nella cultura odierna ( amplificazione del contrasto fra il desiderio della coppia di avere un figlio sano e il terrore che non lo possa essere ) è espressione della SINDROME DEL FETO PERFETTO. L’associazione è nata attraverso un passaggio che l’ha portata dalla testimonianza individuale al servizio, organizzandosi con un comitato scientifico e una equipe medica di riferimento.


L’equipe medica è formata da ginecologi, pediatri, chirurghi e psicologi. Se è vero che la maggior parte di questi afferiscono al Gemelli, e in particolare al Day Hospital che dirigo e che è stato il punto di partenza, è anche vero che ormai i sostegni e le disponibilità ci stanno giungendo da qualunque parte d’Italia. Ognuno è pronto a occuparsi delle problematiche che i casi specifici presentano; il più delle volte viene fornito un servizio gratuito per non gravare su chi, anche con pochi mezzi, attraversa mezza Italia per giungere alla nostra osservazione.


A fianco all’equipe sanitaria, esiste una rete di famiglie della Quercia Millenaria a cui spetta il compito di condividere e sostenere le coppie che hanno già vissuto la medesima esperienza, una sorta di mutuo aiuto già sperimentato in tutto il mondo nelle associazioni di genitori di disabili. Di fronte alle situazioni più disparate si sono creati rapporti che nessuno avrebbe mai immaginato: nessuno potrà mai togliere il dolore di un figlio che morirà, ma nessuno è stato lasciato solo. È la solitudine umana e scientifica che rende devastante una diagnosi di feto terminale. Tutto l’amore che avevano ricevuto le coppie che fanno già parte da tempo della Quercia è stato riversato come un abbraccio sulle famiglie che contattano l’associazione per la prima volta.
Il percorso difficile che ci si trovava ad affrontare diviene istantaneamente meno pesante da percorrere per il sostegno che le forti fibre di una Quercia possono offrire. La generosità di una coppia dell’associazione permette di utilizzare un appartamento, come punto di riferimento logistico per quelle coppie che vengono da varie parti d’Italia per glia accertamenti da fare al Gemelli. E’ questo il CAFT (Centro di Assistenza al Feto Terminale) dove in 70 mq si respira il calore dell’accoglienza e della famiglia, così prezioso negli itinerari di attesa necessari per le indagini e le terapie. Una delle ultime fatiche riguarda anche la pubblicazione delle basi scientifiche e della raccolta delle testimonianze della rete di famiglie. Il libro è stato intitolato: “Il figlio terminale”. Non è stato scelto a caso, ma vuole dichiarare apertamente quale è la considerazione della vita nascente nostra e delle famiglie che si rivolgono alla Quercia. Ogni vita è figlio, fin dal concepimento.



Da ultimo, sintetizziamo lo studio che è stato presentato al Convegno Internazionale sulla relazionalità (“Nuove prospettive per l’agire medico”, Noia et all., Roma, Febbraio 2007)
Il punto di partenza di questo studio è stata la considerazione dell’embrione come persona, fondata sugli aspetti scientifici del “protagonismo biologico”, della sua relazionalità psicodinamica e biologica con la madre, e della possibilità di curarlo come un paziente a tutti gli effetti, essendo dotato di una incredibile “compliance terapeutica”. Secondo questi criteri abbiamo proposto un management delle gravidanze con feti “considerati terminali” basato sia sulla specificità di trattamento che si fa per ogni “feto patologico”, sia sul cammino empatico con le coppie cui viene diagnosticata la condizione di terminalità e che accettano di accompagnare il figlio fino all’exitus naturale.
Questo approccio è nato da tre evidenze che emergono nella trattazione di questo argomento dal contesto socio-culturale attuale:


1. La falsità del criterio della “proporzionalità traumatica”, il quale dichiara che più piccolo è l’embrione, più sicuro e più accettabile è l’aborto e minori sono le conseguenze per la donna; ciò spinge la donna ad affrettare sempre di più la diagnosi prenatale per anticipare il più possibile l’interruzione di gravidanza;


2. La “sindrome del feto perfetto”: stiamo parlando di un atteggiamento diffuso nella cultura odierna che amplifica il contrasto tra desiderio della coppia di avere un figlio sano e il terrore che non lo possa essere; questo porta ad una sempre maggiore medicalizzazione del processo di fecondazione e della gravidanza, diventando un chiaro esempio di medicina selettiva;


3. La “sindrome post-abortiva”: la patologia che coinvolgendo la donna ed il partner pone la coppia dinanzi al problema di affrontare il dolore di aver inflitto la morte al proprio figlio e la grande difficoltà di elaborarne il lutto.


Per trattare questo argomento sono state utilizzate due fonti di dati. Innanzitutto la letteratura più recente: per ogni patologia abbiamo estrapolato i criteri diagnostici maggiormente diffusi e condivisi, la storia naturale e l’approccio terapeutico. Ciò è stato riconsiderato alla luce della seconda fonte, cioè l’esperienza del nostro Day Hospital dagli anni ottanta ad oggi. In particolare è stato riportato il vissuto di 30 famiglie con diagnosi di feto terminale.
La casistica riguarda 31 pazienti (30 gravidanze singole e 1 gemellare, per un totale di 32 figli) seguite nel nostro Day Hospital. Le patologie riscontrate ricoprono buona parte della classificazione esposta in seguito.
La tabella sintetica è suddivisa in due sezioni; nella prima parte vengono esposti i casi in cui i feti sono giunti all’exitus perinatalmente con l’epoca del decesso; nella seconda parte vengono esposti i casi di bimbi tuttora viventi con le problematiche residue. Con “diagnosi” si intende il momento in cui è stata fatta una diagnosi certa, sebbene tutti siano passati attraverso un percorso più o meno travagliato a seconda dei casi. Viene inoltre indicato il tipo di parto: parto vaginale (PV), spontaneo o indotto, o taglio cesareo (TC). Nei casi in cui è stato studiato il cariotipo viene indicato se eseguito pre o post-natalmente. Di tutte queste pazienti è stata raccolta la storia familiare e ostetrica, in particolar modo riguardo alla gravidanza in questione; tutto ciò tramite le cartelle cliniche e il colloquio con le pazienti.

 

 

 

 

 

 

 

 

RISULTATI



Secondo criteri che comprendono l’eziopatogenesi, le possibilità terapeutiche e l’approccio medico tipico di una medicina condivisa con la coppia, abbiamo schematizzato due grandi forme di terminalità:


a) il feto intrinsecamente terminale, per il quale l’accompagnamento diventa presidio insostituibile non solo per accogliere queste condizioni fetali estremamente patologiche, ma anche per affrontare il momento del distacco post-natale e l’elaborazione del lutto nei mesi successivi. Una dimostrazione è data dal fatto, che nell’anno successivo alla perdita, 9 pazienti su un gruppo ristretto di 18 (50%) hanno scelto di affrontare una nuova gravidanza.
Questo gruppo è rappresentato da condizioni (cromosomiche e strutturali) incompatibili con la vita, cioè non viabili, come le triploidie, le trisomie 13 e 18, alcune forme di displasie scheletriche, le anencefalie e le acranie, gli stati anasarcatici avanzati e irreversibili, il gemello “perfuso” nella TRAP Sequence, le agenesie renali e le displasie renali bilaterali precoci.


b) il feto non intrinsecamente terminale, ma reso tale da induttori psico-sociali e fortemente condizionati da culture antropologicamente non fondate. È il caso della terminalità indotta dal consenso giuridico-sociale, dalla manipolazione culturale, dall’ignoranza e dalla medicina difensiva, e infine dall’accidia intellettuale. In questo secondo gruppo possiamo includere le gravi anemie fetali da iso-immunizzazione Rh, le idropi fetali non immuni, le uropatie ostruttive gravi con megavescica, le rotture intempestive delle membrane del II trimestre, i difetti del tubo neurale come la spina bifida, le emoglobinopatie e le forme di tachiaritmia fetale gravi, passibili di cardioversione con farmaci antiaritmici anche attraverso la somministrazione materna -transplacentare, le malattie infettive, la ventricolomegalia isolata e i “soft markers” di cromosomopatia. Infine vi includiamo anche tutti quegli aborti che hanno sfruttato la diagnosi prenatale come giustificazione dell’azione abortiva e gli embrioni persi e/o congelati nei percorsi di fecondazione extracorporea.





CONCLUSIONI



Secondo questo approccio alle gravidanze cosiddette “terminali”, ogni soggetto del rapporto medico/paziente acquista nuovamente e maggiormente la propria dignità.
Il medico per primo recupera il valore profondo non solo del curare il paziente, ma dell’accompagnarlo fino alla morte, riconoscendo al feto la qualità di paziente a tutti gli effetti.
Questo è un chiaro esempio di cosa comprenda la professione medica per due motivazioni:


1. quando è possibile ci spinge ad intervenire secondo modalità convalidate dai dati del nostro centro, effettuando una terapia rigorosamente guidata da criteri scientifici;


2. quando ciò non è attuabile, il medico accompagna la famiglia nel passaggio dal TO CURE, al TO RELIEVE, fino al TO CARE, (curare, alleviare il dolore, prendersi cura) quando ciò è l’unica forma di approccio medico possibile.


La coppia stessa riacquisisce la propria genitorialità, accogliendo la vita nascente come figlio a tutti gli effetti e facendo diventare un atto terapeutico questo percorso di sofferenza e di amore, con tutti gli insperati benefici che la coppia ne trae durante e dopo la gravidanza. Infatti, la “riscoperta” di questo rapporto naturale è alla base di tutto il vissuto che, come dichiarano le coppie stesse, sarà sempre “con dolore, ma mai con disperazione”.
In conclusione, il concetto di feto terminale è semanticamente e ontologicamente identico alla realtà del figlio terminale: la relazione medico-paziente diventa insostituibile per ridare capacità gestazionale a quelle donne che, con amore straordinario, accolgono la vita fragile.
Possiamo quindi affermare che la diagnosi prenatale di condizioni incompatibili con la vita, ci apre sempre più al grande dilemma di come usare la conoscenza scientifica, ma spesso non ci prepara all’accoglienza della disabilità e anche alla sofferenza che l’accompagna, sia del bambino che dovrà nascere, che delle famiglie. Essa propone il termine di “feto terminale”: propone, cioè, una medicina senza speranza.
Che cosa è la terminalità? Siamo veramente nati per “terminare”, o come dice Hannah Arendt: “Gli esseri umani, sebbene debbano morire, non sono nati per morire, ma per incominciare”? Sì, pensiamo proprio che siamo nati per incominciare! Queste famiglie che nell’amore e nel dolore accompagnano i propri feti e ci chiedono di accompagnarle esprimono quello che dovrebbe caratterizzare la scienza: essa, che è stata ancilla theologiae, ma che è stata ed è tutt’ora anche ancilla belli e ancilla pecuniae, riacquista il senso di ancilla humanitatis enfatizzando ciò che alcuni grandi pensatori avevano predetto: la scienza senza la coscienza può divenire la rovina dello spirito dell’umanità (Rabelais, 1534). “anche la scienza e la tecnica possono essere edificanti, ma se lo sono, ciò è perché c’è l’amore” (Kierkegaard). “La potenza della nostra scienza ha distanziato la nostra forza spirituale: abbiamo missili teleguidati e uomini maleguidati” (M. L. King, 1963).
Allora alla domanda “quanto è sapiente l’homo sapiens?” rispondiamo con una frase di Egon Diczfalusy, uno dei padri della ginecologia europea (1997): “è la saggezza infinita della speranza la vera sapienza dell’uomo” perché “una nave non può essere tenuta da una sola ancora, né la vita da una sola speranza” (The Enckeiridion).

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

1. Socci A, “Il genocidio censurato: un miliardo di vittime innocenti”, Piemme, 2006.


2. Proust M, “alla ricerca del tempo perduto. Il tempo ritrovato” Einaudi, 1991.


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